Se la partecipazione (non) è al centro di tutto

Aggiornato il: ott 10

di Samuele Staderini


Per parlare di partecipazione è sempre difficile scegliere dove iniziare; la sola parola, di per sé potentissima, ha infatti perso molta della sua energia a causa dell’utilizzo bislacco che ne è stato fatto negli ultimi quindici-venti anni.

Prima di tutto allora va sgombrato il campo dai quei luoghi comuni, così attraenti da sentir dire, che rischiano di portarci completamente fuori strada.

La partecipazione, soprattutto in un contesto come quello del piccolo paese (Rignano), non va assolutamente intesa come antitesi della rappresentanza o della struttura istituzionale.

Semmai dobbiamo pensarla come parte integrante di un processo decisionale costituito da comunicazione, informazione, dialettica e sintesi. Cioè, in parole povere, come parte fondante della politica.

Nella mia personale storia politica, nei partiti e in Consiglio, ho sempre cercato di approfondire la questione partecipativa. L’ho fatto come consigliere di maggioranza e come consigliere di minoranza, ho provato a portare il mio contributo e sono rimasto molto deluso dalla (temporanea) conclusione del lavoro su statuto e regolamento. Sicuramente un risultato non all'altezza dei presupposti e delle premesse, ma che non mi stupisce più di tanto visto come chi amministra intende “la partecipazione”.

Come ho detto nessuno mai, parlando di partecipazione, deve pensare di trovare mezzi per scavalcare o esautorare i rappresentanti eletti democraticamente. Quindi è giusto che chi vince faccia il Sindaco e amministri, così come è sacrosanto che chi perde sieda tra i banchi delle minoranze e provi ad apportare il proprio contributo.

Quando si parla di partecipazione si deve guardare oltre a questo primo orizzonte: si tratta di creare una rete di cittadini, associazioni, comitati, gruppi, società sportive, circoli culturali, realtà sociali, religiose ed economiche che possano, ognuno nel suo interesse (poi tornerò su questo punto) portare un contributo al benessere collettivo dell’intera comunità.

È logico che l’interesse di ogni soggetto sarà “di parte” e proprio nel trovare la sintesi tra le posizioni sta il ruolo del decisore finale, cioè del Consiglio Comunale, della Giunta e del Sindaco.

L’esempio più banale che può venire in mente è la classica raccolta firme tra vicini di casa per chiedere un banale spostamento di un cassonetto o di una fermata del pulmino.

Il processo partecipativo prevederebbe un incontro dialettico tra la posizione dell’amministrazione con la richiesta firmata da un certo numero di cittadini. Il che non significa un’automatica approvazione di una richiesta quando si raggiunge il limite minimo di firme, ma solo il diritto di presentare, in totale autonomia rispetto ai gruppi consiliari, quella richiesta.

Perché un gruppo di cittadini (o ogni altro soggetto) dovrebbe voler presentare una richiesta scavalcando i consiglieri? Ci sono vari motivi.

Prima di tutto (va detto senza paura) molte persone non conoscono i rappresentanti in consiglio o non si fidano molto dei partiti. Magari non seguono molto la politica comunale e conoscono solo la figura apicale, cioè il Sindaco. Rischiano quindi di sentirsi persi di fronte alla distanza che può generarsi tra il palazzo comunale e il problema che si trovano ogni giorno sotto casa.

Inoltre non è detto che tutti i cittadini che sollevano un problema siano politicamente allineati allo stesso modo. Per questo la raccolta firme sembra sempre un ottimo modo per “fare massa critica” di fronte all'amministrazione.

Chiaro che oltre a questi momenti di partecipazione bottom-up (dal basso), in teoria esistono anche momenti top-down, cioè diretti dall'alto in basso.

Probabilmente i più conosciuti sono i bilanci e i percorsi partecipativi sull'urbanistica.

In teoria si tratta di incontri in cui una parte del bilancio viene messa a disposizione per progetti direttamente presentati da soggetti civici o in cui si costruisce “insieme” gli strumenti urbanistici del paese.

Approfondire questi grandi temi sarebbe molto interessante, ma richiederebbe molto più tempo. Meglio andare verso la conclusione di questo mio piccolo contributo con una considerazione di carattere generale.

All'inizio ho detto che la partecipazione va intesa come parte integrante del processo decisionale. E in questa ottica è abbastanza evidente che solo una strutturazione degli strumenti di partecipazione all'interno delle regole dell’ente comunale può realmente significare fare partecipazione.

Inutile parlare di partecipazione andando semplicemente a presentare un bilancio già fatto e finito. Quella non è partecipazione, ma solo comunicazione.

Meglio semmai avere il coraggio di dare regole precise sul processo con cui si può presentare un’istanza o una petizione, sul modo in cui la Giunta o il Consiglio devono rispondere o sugli eventuali modi per poter ripresentare gli stessi argomenti. Insomma ci vuole un vero regolamento della partecipazione, collegato ad un tessuto sociale, politico e civico da rimettere in moto senza paura.

Ci vorrebbe il ritorno della politica, della dialettica e della sintesi. Senza timore, ma solo con la consapevolezza che troppa partecipazione non sarà mai un male per la democrazia, sia che si tratti del piccolo Rignano che del Mondo intero.

Samuele Staderini, autore dell'articolo

Samuele Staderini ex consigliere comunale Laboratorio Politico Rignano Sinistra Unita


Iscriviti alla nostra newsletter

rimani aggiornato su tutte le pubblicazioni

© 2020 - Partito Democatico Rignano sull'Arno