Ripartire

Aggiornato il: ott 10

di Francesco Martini


Come era ovvio che succedesse negli ultimi mesi la tematica dominante dei dibattiti è stata quella relativa al superamento della crisi. La fase più nera della pandemia la percepiamo come alle spalle, quindi ci preoccupiamo della nostra crisi economica. Vorrei condividere alcune riflessioni che ho sviluppato negli ultimi mesi: capisco che per il ruolo che ricopro siano difficili da scindere dai progetti del Partito Democratico, ma ci tengo a precisare che sono riflessioni esposte a titolo personale. Sono peraltro “in ordine sparso”, senza un ordine preciso o prioritario, e senza la pretesa di voler proporre nessuna ricetta, né un’analisi tecnica. Cose a cui pensare.

Ovviamente l’area di appartenenza, quella, rimane, ma ho provato a svincolarmi dall’orientamento economico di riferimento del Partito, così come dai progetti del governo, per cercare di essere più “aperto” possibile.

Privato o Pubblico


È uno dei punti che hanno maggiormente condizionato il dibattito politico “da bar” (intendendo con questo il dibattito non-istituzionale) negli ultimi tempi. Per quanto riguarda i settori strategici incredibilmente la pandemia sembra aver portato argomentazioni sia in favore delle privatizzazioni, sia in favore delle nazionalizzazioni, a seconda di chi ne parla. Per non scaderci troppo, nella politica da bar, vorrei provare a evidenziare le problematiche principali sulla questione. Posto che la riflessione è ovviamente differente da settore a settore, credo che alcune caratteristiche trasversali sui settori strategici per i quali si accende il dibattito (sanità, istruzione, pubblica amministrazione in primis) si possano trovare.

1: Dobbiamo decidere cosa fare da grandi. Per la maggior parte di questi settori, ma il riferimento principale è alla sanità, abbiamo un sistema misto tra privato pubblico. Credo che il presupposto fondamentale per mantenere pubblico un settore strategico sia di dotarlo dei sistemi produttivi che sono caratteristici del sistema privato. La sanità pubblica? Va benissimo, ma corrediamola dei metodi di gestione delle risorse che la possono rendere più efficiente. Mi riferisco alla mancanza di un sistema di incentivi che possa premiare i più bravi e incentivare i meno bravi. Nel mondo aziendale il lavoro per obiettivi è fondamentale, potremmo estendere questo modello ai settori pubblici trovandone uno che si adatti al meglio settore per settore. Se i dipendenti lavorano meglio, abbiamo più risorse, i cittadini ci guadagnano in servizi.

2: Stiamo attenti alla spaccatura tra lavoratori pubblici e privati. Uno dei fenomeni “civilmente” più preoccupanti della pandemia, è la tremenda contrazione dei redditi privati a fronte di una contrazione zero dei redditi dei lavoratori pubblici. Se ci pensiamo questo equivale un po’ a dire che i datori di lavoro hanno visto contrarsi il proprio fatturato di un quinto, mentre i propri dipendenti ricevevano uno stipendio pieno. Non solo questa situazione è insostenibile (e infatti vi faremo fronte facendo altro debito pubblico) ma è socialmente pericolosa. Ha fomentato la rabbia dei lavoratori che perdevano parte del proprio stipendio, o peggio il lavoro, e vedevano altre categorie avere il proprio reddito invariato. È una cosa a cui pensare, anche se di difficile soluzione, perché ovviamente non è che si possano mettere i dipendenti pubblici in cassintegrazione. Qualche accenno, comunque, lo trovate nel prossimo paragrafo.

Imprese


Questo è quello che si dice l’elefante nella stanza. Come facciamo fronte al problema delle enormi quantità di fatturato perse dalle imprese negli ultimi mesi? È un problema di sopravvivenza, delle imprese e dei loro lavoratori. Sempre tra i discorsi da bar, e non parlo dei salotti istituzionali, ho sentito qualcuno darsi al Darwinismo economico. Dicono: se un’impresa non è in grado di sopravvivere a una crisi del genere, allora non è un’impresa sana, ed è “giusto” che scompaia. Non mi trovo d’accordo, per due motivi. Uno: la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Ci sono settori che oltre ad aver perso il fatturato di tre mesi sono stati massacrati nei mesi successivi. Due, più importante, ammesso e non concesso che sia vera la frase darwinista di cui sopra, per ogni impresa “poco sana” che chiude ci sono dipendenti che perdono il lavoro, e quindi famiglie che perdono reddito, consumi che si abbassano e via dicendo, secondo l’effetto del moltiplicatore economico.

Intervenire su questo fenomeno è, ovviamente, molto difficile. Però, bene o male il debito pubblico lo abbiamo fatto, e quindi mi sembra opportuno investire anche in questo: molto banalmente l’aiuto più immediato da dare in questo senso alle imprese sia di dar loro respiro abbassando la pressione fiscale e incentivando le nuove assunzioni, per recuperare quelle persone che, inevitabilmente, il lavoro lo perderanno. Senza gravare ulteriormente sul debito, inoltre, potremmo pensare delle soluzioni intelligenti per tutti i lacci e lacciuoli burocratici che si deve trovare a sciogliere chi vuol fare impresa. Non ce ne rendiamo conto, ma questi rappresentano un costo enorme in termini di gestione per esse: negli ultimi tempi i costi di questo tipo si sono moltiplicati per le (giuste) precauzioni causa Covid, potrebbe essere l’occasione giusta per ripensare tutto il contorno.

Generazione Y


Devo inevitabilmente pormi anche come paladino della mia generazione. E come ne usciamo (o forse dovrei dire ci entriamo), noi, da (in) questa crisi? Naturalmente con le ossa rotte. Parlo di noi, ragazzi che ci siamo affacciati al mondo del lavoro entro gli ultimi cinque anni: siamo i più sacrificabili dalle imprese perché quelli coi contratti meno stabili, siamo quelli per cui una contrazione del reddito pesa di più, perché banalmente siamo nella fase dello stipendio più basso tra quelli che percepiremo nella nostra vita lavorativa (si spera!), ed è chiaro che una cassintegrazione all’80% pesa più su uno stipendio da 1200 euro che su uno stipendio da 2000. Siamo anche quelli cui i mutui verranno dati con difficoltà, nei prossimi anni, perché le banche prestano difficilmente ai lavoratori poco solidi in una fase in cui i tassi sono così bassi.

Abbiamo scoperto che l’INPS non è esattamente una rete di sicurezza per noi. Non ha i soldi per pagare le cassintegrazioni, che alcuni di noi stanno aspettando da mesi, come tutti, ma per lo stesso discorso di cui sopra per noi queste attese pesano un pochino di più. E se non riesce a pagare le cassintegrazioni figuriamoci se potrà mai pagarci le pensioni - ma questo, in fondo in fondo, lo sapevamo già.

Tutto questo lamento lo faccio per poter aggiungere questo: permettetemi di dire che dovremo avere un posto prioritario nelle agende dei piani economici. Incentivi alle nuove assunzioni, tassazioni agevolate, sgravi su chi compra casa o va in affitto, sono tutte misure a cui dobbiamo pensare per i ragazzi tra i 25 e i 35 anni, che rischiano di essere tra i più penalizzati dalla crisi.

Società


L’ultima riflessione è di taglio molto meno “economico” delle precedenti, ma va fatta, secondo me. È una delle minacce politiche più spaventose che vedo all’orizzonte. La mia paura è che questa crisi ci divida ancora di più, anziché unirci nelle difficoltà. In questo “ci” metto dentro di tutto: ci divida in Europa, ci divida in Italia, ci divida anche nel nostro paese, a Rignano. Le prime fasi del lockdown hanno mostrato una tendenza terribile al puntare il dito verso l’altro, verso il diverso dal punto di vista geografico. Prima abbiamo puntato il dito contro i cinesi. Poi il Sud Italia ha puntato il dito contro il Nord Italia, con la conseguenza che alla prima occasione il Nord ha puntato il dito contro il Sud. Noi, al centro, abbiamo puntato il dito un po’ contro entrambi. Ho letto napoletani rinfacciare la discriminazione durante il colera. Ho letto milanesi illustri minacciare che “ce lo ricorderemo”. Poi c’è stato il turno dell’unione europea, i francesi contro gli italiani, poi gli italiani contro gli inglesi, e infine ci siamo messi un po’ tutti gli uni contro gli altri nel decidere a chi spettavano gli aiuti maggiori.

Siamo stati per mesi a caccia dei colpevoli. Perché fa comodo, trovare dei colpevoli, per i nostri problemi. Ci piacerebbe che ci fossero dei colpevoli. È la logica che sta alla base della dialettica “dell’intolleranza”, che se trovi qualcuno a cui dare la colpa è più facile affrontare i problemi. Ma non ha senso cercare dei colpevoli per la nostra situazione: cerchiamo invece dei responsabili, quelli sì. Per migliorarci, per farci trovare più pronti alla prossima crisi.

Vorrei vedere la crisi economica che affronteremo sotto un’altra luce: dal punto di vista economico ci dimostra che siamo tutti incredibilmente interconnessi. Lo stesso moltiplicatore cui facevo riferimento prima è una testimonianza del fatto che il lavoro di una persona è collegato a una miriade di altri lavoratori. In Italia, in Unione Europea, nel mondo. La solidarietà, in un mondo globalizzato, non è solo una questione etica. È una questione socio-economica: se il mio vicino affonda, io stesso avrò delle conseguenze. Posso perdere un cliente, un fornitore, un dipendente, un datore di lavoro. E se non lo perdo io, un cliente, magari lo perde un mio cliente. Ci sono sempre delle conseguenze che si propagano nel nostro tessuto sociale, anche se non le percepiamo subito. Questo è lo spirito con cui dovremo affrontare i prossimi anni.

Coesione invece di darwinismo. Ripartire e uscirne (migliori).

Francesco Martini, segretario Partito Democratico Rignano sull'Arno

Francesco Martini Segretario Partito Democratico Rignano sull'Arno

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