Quattro chiacchere con Caterina Avanza

Mercoledì 24 Marzo abbiamo incontrato Caterina Avanza, Consigliera politica al Parlamento europeo. Un gruppo di nostri iscritti - abbiamo chiesto ai più giovani perché sono quelli su cui più impatta il futuro dell’Unione Europea - le ha rivolto alcune domande che riguardano le sfide che l’Europa si trova ad affrontare, e quelle che possono essere le prospettive future.


Maurizio: Partiamo parlando di politica estera. Noi abbiamo chiesto aiuto, ad esempio, alla nostra popolazione per i problemi in Bosnia, li abbiamo sensibilizzati e la risposta è stata ottima. Affrontiamo adesso l’argomento più generale.


Enrico: I migranti sono un tema cui tengo molto. Mi piacerebbe sapere se l’Europa ha un progetto strutturato per i migranti: da tanti anni a questa parte mi pare che si manchi di visione e strategia, per affrontare questo fenomeno che, di fatto, caratterizza il nostro tempo.


Caterina: Per quanto riguarda l’immigrazione, chi ama l’Europa e crede nel progetto europeo non deve aver paura di dire che ai confini meridionali dell’unione stanno morendo i nostri valori. Inoltre, va detto, noi come Italia non viviamo un flusso più importante di altri paesi.

Però la problematica più importante, per l’Unione Europea, è il fatto che rimane una politica nazionale. Se idealmente dovessimo spiegare come sono strutturate e divise le competenze al momento diremmo che il 20% è in capo all’UE, ma l’80% è politica nazionale degli stati membri. Un primo tentativo di riforma c’è stato, sui regolamenti di Dublino, nel tentativo di non lasciare onere esclusivamente ai paesi frontalieri: ma non è passato. Perché? C’è stato il voto ma la riforma è ferma da anni al Consiglio, dove siedono i capi di stato e di governo. È necessario che questo voto sia unanime, e non è arrivato.

Poi la Commissione ha presentato un nuovo patto di asilo e immigrazione che già di per sé non va bene, perché lascia la gestione ai paesi frontalieri.

Il problema è che i capi di stato, fondamentalmente, non sono d’accordo: l’Ungheria non ha intenzione di prendere la sua fetta, la Polonia neanche, tanti altri paesi neppure. Tanti altri paesi poi non sono espressamente contrari, ma si “giovano” dello stallo.

Personalmente sono molto pessimista su questi temi. Anche oggi c’è stato un meeting di ministri dell’interno: I paesi frontalieri continuano a battere i pugni sul tavolo ma non riusciamo a uscirne. E intanto continuiamo a commettere errori politici che pagheremo col tempo, come il patto con la Turchia che ha permesso di tenere i migranti in condizioni vergognose: non fa onore all’UE.


Federico: La nostra politica estera comunitaria mi pare ondivaga rispetto a potenze come quella cinese. Pensi riusciremo a integrare le nostre politiche estere in una unica? E in caso come?


C.: Per quanto riguarda la politica estera il nostro problema maggiore è che le relazioni tra paesi, il rapporto all’atlantismo, hanno un’influenza.

La Polonia, per esempio, non vuole acquistare armamenti europei, preferisce acquistare quelli americani. Prese di posizione come questa pongono una serie di difficoltà, perché non ci permettono di essere uniti nel fronteggiare gli altri paesi.

In generale stiamo compiendo dei passi avanti per mutualizzare gli sforzi. C’è, ad esempio un punto su cui si va avanti, ed è la difesa. È stato stanziato un Budget di 10 Miliardi di euro per la difesa europea: rimane comunque il problema che non è possibile gestire un esercito comune senza una politica estera comune. È molto triste vedere che, ad esempio, nell’escalation tra Turchia e Grecia non c’è stata una risposta concertata degli stati dell’Unione.

Anche per quanto riguarda la Cina le relazioni molto diverse tra di loro. La Polonia, ad esempio, ha del “risentimento" verso i russi e quindi buoni rapporti con la Cina: addirittura pensano di adottare un vaccino cinese. Questi atteggiamenti sono destabilizzanti rispetto a una politica estera comune, e anche noi ci abbiamo messo del nostro, ad esempio con la politica sui porti del governo gialloverde.


Emanuele: A me interessa farti una domanda sulle politiche vaccinali. Tanto per cominciare vorrei capire se effettivamente siamo indietro o no a livello continentale, comparandoci ad esempio con gli Stati Uniti, e se sì per quali motivi. C’è in questo senso un problema con alcuni stati membri che sono reticenti?


C.: Tanto per cominciare considera che le uniche prerogative dell’ Unione Europea, che quindi possono non passare dal consiglio, rimangono politica commerciale e pesca. Su tutto il resto, in autonomia, non possiamo avere ruolo legislativo né esecutivo. Questo ha comportato che ci siano voluti tre mesi per concordare una politica vaccinale comune. Gli Stati Uniti, invece, sono partiti subito. È stato questo a penalizzarci: l’ordine sparso. Per lo stesso motivo non c’è una campagna comune a livello di comunicazione, sempre perché non possiamo farlo, non in autonomia almeno. Ovviamente, poi, rimane che alcuni paesi sono più scettici, e anche questo va controcorrente rispetto allo sforzo comune.


Alberto: Da tu che ci hai lavorato insieme, e in virtù di quanto ci siamo detti riguardo la politica estera comune, ti ha deluso che Macron abbia conferito la legione d’onore ad Al Sisi?


C.: Qui c’è una prassi, ovvero che quando si riceve un presidente per la prima volta gli si consegna la legione d’onore. Tuttavia Macron è uno che ha spesso cambiato certe abitudini quando lo ha ritenuto opportuno, quindi non possiamo nasconderci dietro a questa ragione formale. Avrebbe dovuto pensare che quel gesto rientrava in una politica nazionale, e non era allineato ad un atteggiamento unitario europeista.


Federico: A proposito della cooperazione, ci fai un bilancio sulla Brexit a un anno di distanza?


C.: È stata un trauma per tutti, e ancora oggi è un divorzio doloroso. Infatti, nonostante si sia raggiunto un accordo, siamo di fatto di fronte ad un’ “Hard Brexit”.

In accordo c’è il cosiddetto “level playing field”, quindi c’è da capire se rispetteranno gli standard europei o meno.

Un primo segnale positivo dal nostro punto di vista, intanto, è arrivato dal fatto che nessun paese abbia ceduto con accordi bilaterali, a prescindere dall’impatto sui paesi in questione; ad esempio la Francia è stata ovviamente molto toccata.

Le cose cui porre attenzione sono le imprese che commerciavano con Inghilterra, le prime a farne le spese, e il pericolo che l’Inghilterra diventi una sorta di paradiso fiscale, il cosiddetto Singapore Path, oltre a quali decisioni prenderanno dal punto di vista di standard ambientali e sanitari. Si tratta di una situazione in divenire, dalle decisioni dei prossimi mesi dipendono molte cose.


Francesco: Personalmente sono uno di quelli che ritengono che l’europeismo possa essere la grande battaglia politica che definisce la nostra identità come Partito Democratico oggi. Il sentimento popolare su questo è stato altalenante negli ultimi anni, ma il ruolo dell’Unione Europea è stato ridefinito dalla pandemia. Vorrei chiederti se pensi che le misure a livello di aiuti economici siano adeguate, se pensi che ci aiuteranno a uscire dalla crisi “più europeisti” o meno, e infine se sia possibile immaginare un futuro in cui viene ceduta più sovranità all’unione, visto che da come parli mi sembra che tanti dei limiti che ha dipendano dalla scarsa autonomia.


C.: Parto dicendo che oggi stiamo vivendo moltissime sfide transnazionali: emergenza climatica, immigrazione, pandemia.

Se ci pensate, la prima reazione alla pandemia è stata la chiusura delle frontiere, ma a prescindere da chi ha chiuso le frontiere ne siamo usciti tutti in lockdown. Questo ci insegna qualcosa: sulle sfide transnazionali lo stato-nazione è impotente . A proposito dei cittadini, la reazione iniziale, quando si parlava dell’Europa che non ci dà le mascherine, era in realtà una reazione che chiedeva più potere a UE. Su queste sfide ogni sforzo che non sia almeno comunitario è inutile. Questo comunque non vuol dire spogliare lo stato-nazione dei suoi poteri: scuola, giustizia, pubblica amministrazione, sono politiche che rimarranno competenza degli stati membri. Su molti altri, però, è indispensabile rafforzare l’Unione Europea. Per quanto riguarda le misure di rilancio, io ritengo che siano state assolutamente all’altezza. C’è stato il Quantitative Easing, uno scudo senza il quale non avremmo potuto mettere in atto i ristori. Il SURE, che ha pagato le cassintegrazioni attraverso l’indebitamento dell’unione europea, facendoci risparmiare 2,8 Miliardi di Euro. Poi c’è il Next Generation EU, che pesa 750 Miliardi. Se sommiamo questi strumenti vengono fuori gli stessi 1900 Miliardi che ha avuto a disposizione Biden.

Quello che però è problematico, per noi, è il processo decisionale. Il Next Generation EU è in attesa dell’approvazione di 27 parlamenti: sono ritardi che costano, perché vuol dire che i soldi nell’economia reale arrivano molto in ritardo. Gli Stati Uniti, ad esempio, grazie a un processo decisionale più snello, ne usciranno un anno prima di noi.

L’Unione Europea è nata per portare la pace tra paesi che per secoli si sono fatti la guerra tra di loro: oggi è chiamata ad una vocazione diversa, per questo il suo funzionamento va riformato.

Su questa strada si inserisce la visita congiunta di domani dei ministri dell'Esteri italiano, francese e spagnolo in Libia. Un buon segno di volontà di lavorare insieme verso obiettivi comuni.


Intervista a Caterina Avanza, Consigliera politica al Parlamento europeo, a cura di Francesco Martini, Maurizio Bugli, Federico Paglierini, Emanuele de Laura, Alberto Generini ed Enrico Cherubini.



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