Periferie Urbane

Di Lorenzo Mori


Post Covid 2019 – Rendere centrale la questione delle periferie

Presentazione del caso di Ponte a Ema e considerazioni generali.


Nel dibattito che riempie le pagine dei giornali sulle strategie del post pandemia mi

pare che uno dei grandi assenti siano le periferie, quelle delle grandi e delle

piccole città.

Il problema delle periferie e della loro vivibilità è questione centrale per un

rilancio di un modello di sviluppo e di relazioni sociali diverse. Gli effetti del

coronavirus hanno evidenziato fragilità e sfilacciamento dei loro tessuti sociali,

privi ad esempio, di presidi di socialità, di negozi di vicinato, delle caratteristiche

relazioni civili che ne discendono, di una forma almeno embrionale di identità.


Provo a citare, come piccolo studio di caso, Ponte a Ema, un piccolo paese nel

suburbio di Firenze che, a prima vista, potrebbe apparire come un gruppo di

case sparse, un po' di condomini, una chiesa e un grande “camposanto”,

stretti tra vie di scorrimento, circonvallazioni e svincoli di autostrade.

Sembra una delle tante periferie dormitorio, con un nucleo storico di case di antico

insediamento mischiate con costruzioni di natura più recente cresciuti più o meno

ordinatamente lungo il percorso dell’Ema. Insomma, una periferia urbanizzata,

impreziosita dall’essere luogo natale di Gino Bartali e dall’avere una delle case del

popolo, il Circolo l’Unione, più vecchie del nostro territorio italiano.

In realtà, il nostro piccolo paese, come decine e decine di altri paesi della nostra

area, è molto di più; possiede capacità e potenzialità come del resto tutte le

periferie; credo ci sia bisogno soltanto di mettere a fuoco le loro esigenze e

predisporre politiche appropriate.


Il paese di Ponte a Ema, che oltre ad essere periferia è divisa, a livello

amministrativo, in due parti; una di competenza del Comune di Firenze e

l’altra di competenza del Comune di Bagno a Ripoli.

A riguardo possiamo affermare che se è già difficile vivere in un territorio che è in

periferia di un grande Comune, diventa parecchio più complicato vivere dove

siamo periferia di due amministrazioni distinte. Questo è un tema generale che

riguarda tanti comuni della nostra provincia e anche oltre; comuni di piccole

dimensioni che spesso cercano, sbagliando, la propria via dello sviluppo entro i

confini comunali.


Il primo aspetto è il localismo che, nei termini in cui viene spesso coniugato,

è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Sempre per esempio, prendiamo l’uso degli strumenti urbanistici citando ancora il

nostro studio di caso. Il Sindaco di Firenze Dario Nardella, insieme all’Assessore

all’Urbanistica Cecilia Del Re, hanno dato vita ad un importante riflessione della

Città del dopo Covid 19 prevedendo di attivare i necessari strumenti urbanistici, di

programmazione territoriale. Vediamo affrontati concetti condivisibili quali il ritorno

dei residenti e delle attività nel centro storico e tante altre cose con, a mio parere,

un limite dato dal fatto che difficilmente queste riflessioni debordano dalle mura

della città fiorentina.

Per carità, non voglio essere frainteso, è un modo di procedere sicuramente

sensato ma il rischio (che mi auguro non diventi certezza!) è che le periferie di

Firenze rimarranno, usando un detto fiorentino, “ai resti”.

Un percorso speculare lo sta facendo il Comune di Bagno a Ripoli dove

l’aggiornamento degli strumenti urbanistici si concentra sui luoghi ritenuti centrali

lasciando residuali le periferie.

Quindi, se due pittori dipingono, ognuno per conto suo, una metà del quadro non

è detto che i punti di connessione combacino con estrema precisione; spesso,

purtroppo, è invece difficile anche semplicemente accostarli.


Il miglioramento della qualità della vita nelle periferie necessità di un loro

inserimento nel cuore delle politiche di riequilibrio e di sviluppo di un

territorio, prevedendo scelte nette, significative; per fare ciò occorrono una

diversa impostazione culturale e una conseguente diversa allocazione delle

risorse pubbliche.

Questo è un modo di ragionare duro da digerire perché comporterebbe, ad

esempio, una cessione di sovranità di tutti i comuni verso un decisore che nel

nostro caso dovrebbe essere la città metropolitana di Firenze che possiede

l’ambito territoriale e l’ampiezza giusta per gli interventi.

Se prendiamo il tema dei trasporti pubblici, della mobilità, della gestione delle

utilities, le aree verdi attrezzate, le piste ciclabili e pedonali, delle reti telematiche e

di tantissimi altri nodi strategici di infrastrutture è necessario fare un grande salto

di qualità prendendo atto che da soli, oggi e a maggior ragione nella prospettiva

post virus, non si salva più nessuno.

Non è più possibile che per questo tipo interventi ogni istituzione territoriale

progetti la sua parte, dentro il suo ambito, lasciando sempre all’altra

istituzione confinante la necessità di adeguarsi. In questo ragionamento non

c’è un singolo responsabile ma un sistema pletorico, ridondante e

inefficiente che ha fatto il suo tempo e una riforma e una semplificazione

(vera) delle competenze e dei livelli istituzionali non è più rimandabile.


Queste grandi scelte devono essere fatte nell’interesse di tutti i cittadini affidando

alle città metropolitane (che dovrebbero funzionare concretamente!) il compito di

orientare e decidere, con la collaborazione di tutti gli interlocutori, i grandi asset

del nostro territorio metropolitano.

Superare il localismo sfrenato significa avere una visione più ampia e razionale

nella progettazione territoriale e una migliore gestione delle risorse pubbliche

sempre più scarse e preziose, considerando i livelli di debito raggiunti.

Se guardiamo questi aspetti con gli occhi di un cittadino di Ponte a Ema o di

qualsiasi cittadino residente in paese nella ex provincia fiorentina, ci pare

assurdo che due comuni confinanti abbiano, ad esempio sistemi di gestione

dei rifiuti diversi e che le linee di trasposto pubblico siano in parte di

pertinenza dell’uno e in parte dell’altro. In questi casi purtroppo, come

abbiamo potuto notare di persona, il peso dei problemi di scelte diverse

ricade pesantemente sui cittadini che risiedono lungo la frontiera

amministrativa.


In attesa di mettere ordine sui tanti livelli di competenze amministrative, ci

sembrerebbe invece indispensabile che le istituzioni tra loro confinanti e/o

gerarchicamente sovraordinate inizino a collaborare, in maniera seria ed

efficiente, perché si possano almeno scongiurare problemi “evitabili”,

considerato che ne abbiamo già tanti di quelli inevitabili.

E su questo piano il dialogo sugli strumenti urbanistici sarebbe di fondamentale

importanza anche alla luce dei cambiamenti che il post pandemia imporrà.


Cambiare è possibile se prevalgono concetti e modi di fare diversi che

privilegiano, ad esempio beni pubblici, capitale sociale e comunità di un

territorio. Cambiare è possibile se adeguiamo la nostra attenzione dei

problemi di ricucitura e di riconnessione del tessuto urbano e sociale

all’interesse e all’attenzione che diamo, spesso, alle grandi scelte

urbanistiche.

Il cambiamento (se il virus ci ha insegnato qualcosa sulla difficoltà dell’equilibrio

del nostro sistema sanitario, economico e sociale) va al di là delle istituzioni ma

coinvolge tutti gli aspetti organizzati del nostro vivere civile; associazioni di

volontariato, di categoria, partiti, i nostri circoli ricreativi, le associazioni religiose,

momenti di socialità presenti sul nostro territorio.

La pandemia ci ha dimostrato, tra le tante cose, la fragilità di territori come il

nostro, dove sono spariti quasi del tutto i negozi di vicinato del commercio,

le attività artigianali di servizio e di produzione ed insieme a loro quella rete

di rapporti e relazioni umane e sociali che riusciva a mantenere accettabile il

nostro livello di vivere civile.

Non c’è nostalgia del passato ma solo percezione del vuoto oggi presente che

non possiamo pensare di riempire ad esempio, con la grande distribuzione dove,

spesso, all’interno, si offrono modelli distributivi assomiglianti al piccolo negozio.


Le nostre sfide immediate si chiamano lavoro, occupazione e ripresa dello

sviluppo ma insieme ad esse dobbiamo ragionare intorno ad altri grandi

temi di assoluta rilevanza strategica; essi si chiamano cercare di ridare

identità ai nostri luoghi di residenza e di vita, rinascita delle periferie

nell’ambito di politiche di decentramento delle funzioni caratteristiche delle

grandi città, attivare forme di welfare locale, ridare vita ai nostri beni

comuni.

Troppo spesso, ad esempio, ci siamo dimenticati delle comunità, concentrandosi

sul rapporto tra Stato e mercati, lasciando ad altri le drammatiche questioni

sociali. In realtà tutta l’economia è socioeconomica. I mercati vivono di rapporti

umani, norme e valori. Occorre ripensare alla relazione tra mercati e società civile.

Oggi la perdita di senso di appartenenza alle comunità locali di chi vive nei “non

luoghi” delle periferie tutte uguali, e la conseguente ascesa del populismo

nazionalista, rappresentano una questione globale fondamentale.


Mentre il mondo diventa sempre più connesso, può sembrare strano che la

soluzione al problema sia «aprirsi a ciò che è vicino, ovvero la comunità,

invece che a ciò che è lontano» (Robert Shiller, premio Nobel per

l’economia).

Amartya Sen, altro premio Nobel, ci segnala il testo di Raghuram Rajan, “Il terzo

pilastro. La comunità dimenticata tra Stato e mercati” (Bocconi Editore, 2019):

«Un’analisi incredibilmente acuta degli svantaggi che derivano dal trascurare il

ruolo cruciale della comunità per concentrarsi troppo sull’efficacia percepita dei

mercati e dello Stato.... Occorre rimediare urgentemente a tale disequilibrio».


Dobbiamo capire bene le cause dell’attuale reazione populista contro la

globalizzazione. Occorre ragionare sugli aspetti di fondo della società che sono la

comunità in cui viviamo, i mercati e lo Stato. Esse interagiscono tra loro. È

possibile una alternativa a questo modello di sviluppo? È possibile

ripensare il rapporto tra società civile e mercato? Io credo di sì. Proviamo a

rafforzare il potere e la vitalità delle comunità locali. Questa è la medicina per chi

vive nella disperazione, nel risentimento, nell’ordine, nell’odio.

Il “terzo pilastro” ci salverà attraverso un cambiamento radicale nei nostri stili di

vita. Le comunità locali possono colmare il vuoto lasciato dallo Stato sia per la

formazione di valori e competenze per affrontare il mercato, sia per prenderci cura

di persone abbandonate dallo Stato.


Infine, il nostro territorio è popolato di comunità; la tendenza a rinchiudersi in casa

fa “ammalare” le nostre comunità che per provare a riprendersi avrebbero bisogno

di molte cose; tra le tante, penso all’importanza di una leadership di comunità. E

quella leadership può emergere più rapidamente se ci sono persone che sono

impegnate, che hanno un lavoro, che sono tornate nelle comunità dopo gli studi. E

dobbiamo fare in modo che questo accada più spesso.

Il post COVID ci apre una finestra/opportunità grande.

Quella leadership di comunità può coinvolgere la comunità e ci sono diversi modi

in cui le comunità possono essere coinvolte. A volte per tenere pulito, a volte per

combattere il crimine, a volte semplicemente per riunirsi in un'attività comunitaria,

come un orto comunitario.

Si tratta solo di un accenno di discussione che io credo vada approfondita.

Sfide enormi ma decisive per la qualità della nostra vita; possiamo solo dire che la

colpa è comunque degli altri oppure ognuno di noi può cambiare passo e provare

a fare qualcosa.


Ingresso del paesino di Ponte a Ema


Lorenzo Mori



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