A Rignano l'arte e la storia parlano ancora

Aggiornato il: ott 10

di Lucia Bencistà


Tanti anni fa (più di trenta, ormai) scrivevo di Rignano sui Quaderni della Torre, una piccola pubblicazione antesignana dei moderni blog destinata a morire dopo pochi numeri. Piccole riflessioni, approfondimenti…io giovane studentessa di storia dell’arte affrontavo alcune emergenze del nostro territorio cercando di metterne in evidenza le peculiarità, ma anche con l’intento di leggere il nostro passato come guida per il presente.

Oggi, dopo tanti anni, mi sembra che questo intento abbia bisogno di essere ribadito ancora più fortemente, specialmente in questi giorni del dopo pandemia che hanno messo in luce le nostre fragilità e visto vacillare tante nostre sicurezze. L’utilizzo dei media si impone oggi ancora più prepotentemente ed è stato portato in poco tempo a livelli così alti da minare una sana percezione del nostro rapporto con la storia e con il passato dei quali spesso si fa un uso talvolta ingannevole e, a dir poco, fuorviante.

Il mio osservatorio - quello dello storico dell’arte - è certamente parziale, ma abbastanza solido e radicato nei due elementi che fungono da colonne portanti della nostra stessa identità. La conoscenza della storia e dell’arte, infatti, dovrebbe servire a tutti noi per nutrire un solido pensiero critico che possa aiutarci a capire meglio il presente, ma soprattutto dovrebbe aiutare i giovani, nelle cui mani è il nostro futuro, ad interpretare criticamente il mondo nel quale siamo immersi e le sue trasformazioni. Il nostro patrimonio culturale non è un insieme di feticci nei quali riconoscersi o specchiarsi acriticamente o tantomeno da sfruttare commercialmente, ma, come scrive anche Tomaso Montanari, «una finestra attraverso cui conoscere altri mondi, profondamente diversi dal nostro per costumi e valori».

Del resto, in una nazione come la nostra che definisce “giacimento culturale” il proprio patrimonio storico artistico e lo identifica come il suo “petrolio”, lo studio della storia dell’arte a livello scolastico è stato ridotto a pochissime ore la settimana e, per giungere a questi giorni, le biblioteche e gli archivi diversamente da tutte le altre attività, stentano ancora a riaprire regolarmente alla consultazione, mettendo la ricerca in ginocchio; segno evidente, al di là di tanti discorsi, di quanto sia ritenuto poco strategico il lavoro di chi produce cultura e sapere.

Per questo ho accolto con piacere l’invito del giovane neo segretario del Partito Democratico di Rignano a scrivere su questo nuovo blog e non nascondo che uno dei motivi che mi ha convinto è stato proprio il titolo di questa pagina, Frammenti di Rignano, che mi offre l’opportunità di dedicare un po’di spazio ad alcuni episodi meno noti della storia e del patrimonio culturale del nostro Comune, - frammenti - appunto, per ridimensionare la nostra sete di protagonismo, figlia spesso di mancanza di confronti, e ribadire quanto sia importante conoscere il nostro passato per affrontare con più serenità e giusto distacco il presente.

Navigando in rete in questi giorni mi sono imbattuta in un post su Facebook. Si mostravano foto della chiesetta di Santa Maria a Novoli che ha dato il nome dell’attuale frazione, posta tra La Madonna, Bombone e San Piero, caratterizzata da un piccolissimo borgo, quasi incontaminato, immerso nella campagna rignanese. Novoli è il nome, oggi caduto in disuso ed ai più sconosciuto, della più vasta località assai vivace in passato, quando nei suoi campi e nelle sue piccole valli trovavano ospitalità poderi, case coloniche e padronali appartenenti ad importanti famiglie fiorentine ed al monastero di Vallombrosa che irradiava anche qui il vasto raggio delle sue proprietà. La chiesa, di piccole dimensioni e oggi completamente spoglia di arredi, ad esclusione di alcuni vecchi confessionali, si compone di un’unica navata con tetto a capriate ed è conclusa da un'abside che oggi appare lesionata in più punti. La facciata, a semplice capanna, conserva all'interno tracce originarie, mentre all'esterno appare ricostruita. L’edificio, annesso della ben più prestigiosa canonica di San Piero in Perticaia, a sua volta suffraganea del piviere di San Leolino a Rignano, risale probabilmente all'XI secolo. Prima che prendesse a cuore le sorti del patrimonio artistico del nostro Comune Caterina Caneva, funzionario storico dell’arte della Soprintendenza fiorentina, prematuramente scomparsa nel 2008, e cominciasse a curarne sistematicamente la tutela, la conservazione e la valorizzazione, in particolare attraverso restauri e relative pubblicazioni (come un funzionario degno di questo nome ha il compito di fare), la chiesetta ospitava ancora un antico crocifisso ligneo. La Caneva lo aveva attribuito all’ambito di Baccio da Montelupo, un artista al quale ci si riferisce frequentemente quando si cerca un’attribuzione per crocifissi lignei toscani realizzati tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, e proprio per la sua importanza lo aveva fatto restaurare e tolto dalla piccola chiesa di Santa Maria priva di sicurezza e lo aveva trasferito nella vicina chiesa di San Piero, da poco restaurata, che diveniva così il contenitore di opere provenienti dalle chiese dei dintorni. La critica nel frattempo è andata avanti ed ha cercato di avvicinarsi meglio all’autore della scultura ravvisando affinità con un maestro fiorentino ancora anonimo detto il Maestro di Monsanto, intorno al quale è stato raggruppato un sostanzioso numero di crocifissi e il cui stile è caratterizzato da accuratezza anatomica ed espressioni di intensa drammaticità. In seguito alle prediche del Savonarola, il frate domenicano che proclamò Cristo Re di Firenze, si diffuse nella città e zone limitrofe una forte devozione legata al culto del crocifisso. Crocifissi lignei si diffusero nei monasteri, in abitazioni private ed anche nelle chiese non solo di città ma anche del contado, dove ad opere simili già presenti se ne aggiungevano altre più aggiornate da un punto di vista tecnico ed adeguate alla nuova spiritualità. Ebbene qual vento di novità era giunto anche nella piccola chiesa di Novoli il cui crocifisso era stato realizzato con le braccia mobili per permettere di convertirlo anche in un Cristo deposto.

Altre chiese del nostro territorio conservano ancora intatto il loro patrimonio artistico e cultuale; è il caso della chiesa di San Michele a Volognano dove permangono due dipinti che da soli farebbero il vanto di una galleria cittadina come la Sacra Conversazione di Mariotto Albertinelli, del 1514, e la Madonna della Cintola con i santi Giovanni Evangelista, Tommaso, Jacopo e Francesco, eseguita da un terzetto d’eccezione intorno al 1518: Andrea del Sarto coadiuvato dai suoi validissimi e giovanissimi allievi, Rosso Fiorentino e Jacopo Pontormo. Un’opera unica che parla per voce di tre artisti che concorsero a consolidare quella maniera moderna avviata da Leonardo alcuni decenni prima. Nel dipinto dell’Albertinelli, è raffigurato in basso anche il committente della tavola, il sacerdote Zanobi della Vacchia. Questi è raffigurato con la berretta in mano in un ritratto quanto mai veritiero che introduce un realismo quasi fotografico all’interno di un dipinto che, per il resto, presenta fisionomie quanto mai convenzionali. Tanto vero quanto vera era stata la sua esperienza di un viaggio in Terra Santa al seguito di un ambasciatore fiorentino raccontata in un diario giunto fino a noi (Da Figline a Gerusalemme, ed. Viella) che ci accompagna attraverso le sensazioni, le paure e le meraviglie del suo estensore, come oggi non potrebbe fare meglio un moderno cronista.

Madonna della Cintola con i santi Giovanni Evangelista, Tommaso, Jacopo e Francesco.

Lucia Bencistà - Storica dell'arte


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